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Back Sei qui: Home Attualità ANIMALISMO: SENTIMENTO, MODA E SPECULAZIONE

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ANIMALISMO: SENTIMENTO, MODA E SPECULAZIONE

foto grande


Ci risiamo. Motti e proclami che la politica italiana pareva aver seppellito per sempre tornano ad imperversare seppur espressi in toni più dimessi. Ritorno alla lira. Uscita dall'Unione Europea. Indipendenza regionale dallo Stato. Temi che rimbalzano, cavalcati dai populismi più in auge. Ma tutto ciò non è un fenomeno esclusivamente italiano come molti sarebbero portati a credere. C'è chi nell'Euro non ha mai creduto, e chi invece tutt'oggi lo considera la soluzione di ogni male economico, chi lo considera una iattura e chi un toccasana. Sull'argomento insigni economisti nutrono opinioni fortemente discordanti a seconda della nazione e del credo di appartenenza. Ma queste diatribe talvolta nascondono un progetto molto più radicale e drammatico: vi sono comunità più o meno vaste ed etnicamente significative che della propria moneta proprio non se ne curano, e che desidererebbero qualcosa di molto più drastico e rivoluzionario: l'indipendenza dalla nazione di appartenenza. Nord contro Sud. Indipendenza contro unità. Nel Vecchio Continente non vi sono solo Catalogna (Barcellona) e Scozia a promuovere fermenti e diatribe. In Europa sono decine i partiti, i movimenti e le associazioni irredentiste che inseguono il sogno di una "patria su misura". Il fenomeno dei movimenti separatisti nati e votati all'interno di Stati ufficiali, dediti a reclamare il rispetto di una qualche «nazione» più o meno oppressa, è più corposo di quanto non si pensi. Un fenomeno talmente esteso da spingere il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a dire di non volere un'Europa divisa in 95 staterelli. Il pericolo, infatti, è l'impossibilità di tenere poi economicamente testa a colossi come Usa, Cina, Russia, Brasile, India.
Certo è che questi "staterelli" sono lì, pronti a cavalcare l'onda giusta per loro nella storia. Dal crollo dell'Urss il numero degli Stati europei è quasi raddoppiato e gli Stati aderenti al progetto europeo sono passati da 12 a 28, con altri 7 in lista d'attesa. Sembrano due fenomeni opposti, ma non lo sono: la corsa alla frammentazione dei vecchi Stati si nutre della possibilità di sentirsi difesi dall'Unione più grande. Il grande confine europeo che dovrebbe garantire mercati e stabilità finanziaria autorizza progetti in stile "piccolo è bello". Insomma una contraddizione che convive perfettamente: da un lato la voglia di staccarsi, dall'altro la sicurezza di sentirsi forti grazie alla propria appartenenza all'Unione Europea.
Ma quali sono le ragioni che portano all'acuirsi di sentimenti indipendentisti? Due sono i motivi principali: da un lato quello etnico-storico-linguistico-culturale, dall'altro quello economico. Ma senza un vantaggio per il portafogli, le ragioni culturali hanno in genere poca presa.
Analizziamoli, per sommi capi, nazione per nazione, questi fermenti indipendentisti.
1. Spagna. È in Catalogna che si trova uno dei nazionalismi più strutturati, al centro nei mesi scorsi anche di un discusso referendum. Nell'ottobre del 2017 i catalani, infatti, sono stati chiamati alle urne per votare la secessione dalla Spagna. A differenza di Londra, però, Madrid ha considerato il referendum illegale e incostituzionale. Ma in Spagna non scalpitano solo i catalani. A sentirsi scomodi nel proprio Paese sono anche comunità come i baschi, il cui movimento indipendentista è ancora più radicato. E poi valenziani, i galleghi, gli andalusi e i canari.
2. Gran Bretagna. Qui sono scozzesi e irlandesi a reclamare...

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